Presentazione di Sono “Daun” Io con l’autore Francesco Di Dio

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Ho conosciuto l’autore in un luogo dove diversamente si vive e dove lui si impegna a non lasciarsi vivere.
Quando ho terminato di leggere questo testo, non sapevo ancora che Francesco mi avrebbe chiesto di scriverne la prefazione. Considerato il tema, confesso che non è stato facile per me, ho scritto alcune versioni, tutte cestinate, fino a quando non ho deciso di scrivere con il cuore, anziché con la testa.
Vi sono storie di figli che resteranno sempre figli e di figli che ci lasceranno troppo presto.
Secondo il senso comune si tratterebbe di condizioni o situazioni considerate terribili, contro natura, che nessuno vorrebbe vivere e forse neanche conoscere. Si dice che un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ad un figlio o che la normalità è quando un bambino nasce sano.
Desideri o aspettative che si scontrano però con altre “verità” coincidenti con la “realtà”: la vita reale ci rammenta che la cosiddetta “normalità” è invece un fatto di straordinaria portata, tutt’altro che scontato. La condizione in cui nasciamo, a mio modo di vedere, è strettamente legata al senso, al destino, che la vita ha attribuito e attribuirà a ciascuno di noi. Tutti siamo utili e imprescindibili all’evoluzione della conoscenza. Essa passa attraverso ora il dolore, ora la gioia, ora la malattia, ora la salute in un alternarsi di contrari, tutti complementari e interconnessi. Nella indispensabilità di tutte le declinazioni dell’essere sta, perciò, la indiscutibile dignità e unicità di ognuno. In questa visione è allora possibile comprendere anche la necessità del dolore, poiché senza questa esperienza non sapremmo mai discernere alcunché, non avremmo coscienza del suo contrario.
Il protagonista della storia è un bambino down che racconta, con la formula dell’io narrante, il suo modo di vivere in questo mondo, come un pesce fuor d’acqua. È un poeta silenzioso e riflessivo rassicurato solo dalla sua mamma che lui, a sua volta, vorrebbe rassicurare. L’amore di lei, però, fatica a fare i conti con la realtà, lei sa che lo perderà, presto. È difficile sostenere una condizione a prima vista anche di “crudeltà”, quando non si conosce la verità o la si vuole negare o ignorare.
L’autore ci mostra un mondo ricchissimo di pensieri propri di una piccola “persona” apparentemente priva di capacità e quindi sottovalutata, non compresa. Così Francesco fa dire al protagonista: “proprio non li capisco io i grandi. Non fanno mai le cose che li rendono felici”.
È un invito ai grandi, ai cosiddetti normali, a non aver paura di recuperare le proprie origini per mantenere ancora la capacità di vedere quelle che lui chiama le “linee di luce”. Lui solo le vede, e di questo si rammarica, perché non può comunicare la sua visione, forse anche più realistica, del mondo.
Il racconto di Francesco è delicato, commovente e insieme spietato. Il lettore non potrà che sorprendersi diverso dopo aver letto fino all’ultima riga.
Questo deve fare un libro, porre quesiti, emozionare, aprire alla riflessione, stimolare ad andare oltre.

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Libro disponibile su:

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