Recensione e intervista Franco Brighi Avrei preferito conoscere la musica

DESCRIZIONE:
Un mirabolante viaggio interiore, seguendo un caleidoscopio di ricordi in una vertigine del tempo. La ricerca di miti fra gli eroi dell’infanzia, da Blek Macigno al maestro Manzi, La spada nella roccia e Dumbo, fra suore musiciste e preti letterati. Il desiderio di caos come energia vitale, e il disordine dei ruoli nel continuo cambiamento di valori da interpretare.
Attraversare un wormhole in cerca di un nuovo ordine, fra la paura di monaci buddisti e l’ossessione del denaro, il confronto con artisti della vita e padri schizofrenici, giocatori di scacchi e maestri del biliardo.
Una ricerca del sapere nelle storie di amici e colleghi che cambiano la loro identità, scrittori per vizio e per disperazione, la scoperta del destino fra numeri immaginari e favole morali.
Nicola lavora come medico in un Servizio per la cura delle tossicodipendenze, si è progressivamente alienato e cerca un senso nella sua quotidianità irriducibile da trasformare.

Autore: Franco Brighi
Editore: Sillabe di Sale Editore
Data di Pubblicazione: 2017
Genere di lettore: pubblico adulto.
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RECENSIONE:
Il romanzo di esordio dell’autore Franco Brighi si presenta da subito con uno stile particolare, in cui è protagonista un “io narrante” introspettivo e dalle molteplici sfaccettature.
Un genere “mainstream” in cui la narrazione, nella prima parte, è un crescendo fino alla decantazione liberatoria, per trovare un nuovo pathos nella seconda.
Gli argomenti trattati nelle tante vicissitudini del romanzo sono diversi, ma tutti incisivi e forti.
Si parla di omosessualità, purtroppo ancora vista come un “essere diversi” , come anche di abusi sessuali, ancora troppo all’ordine del giorno sia in famiglia che fuori.
Scorrendo possiamo riflettere sulle discussioni tra coniugi, ma anche tra amici: le critiche, i ripensamenti, e i ricordi di cui ci si trova a raccontare, ma che riscoprono i talenti di ogni personaggio.
Romanzo scritto senza limite di espressione in riguardo a emozioni, sentimenti, e suspance, ovvero l’autore ha impresso bene la sostanza incisa su carta.
Tanti i protagonisti e molti i punti di osservazione ben intrecciati nel testo con uno stile molto semplice, ma molto d’effetto sul lettore che sicuramente sarà rapito dalle vicissitudini degli stessi.
Ha creato un’opera che porta a percepire una sorta di miscellanea tra insicurezze, realtà, e verità, una sorta di introspezione, faccia a faccia con le debolezze e punti di forza, ma anche con le virtù di ogni personaggio.
Lo scritto è ben definito, in uno stile decisamente molto personale, ricorda lo stile americano e proprio per questo molto avvolgente, a volte sembra frenetico, ma trascina il lettore fino alla fine del testo, dando molti spunti di riflessione a chi legge.
“Avrei preferito conoscere la musica” è un viaggio nella mente e nella vita; leggendo sembra di sentire o rivedere le parole, i gesti o le dinamiche che ogni giorno ci accompagnano in spazi temporali diversi, ma sempre attuali. Vicissitudini sulle quali troppo poco ci soffermiamo a riflettere: la riflessione… questa sconosciuta!
La nostra mente ha un potenziale infinito, possiamo ricordare il passato, ma abbiamo la possibilità di poter vivere nel “qui e ora”, quindi vivere ogni attimo in presenza per poterne assaporare le emozioni che gli appartengono, e renderci conto che facciamo parte di un tutt’UNO chiamato Universo che la vita ci mette davanti ogni giorno. Franco Brighi nel suo testo fa risaltare questa dinamica attraverso il suo stile.
E se mai ci soffermassimo a riflettere? Sarebbe piacevole, anche se i tempi di ieri, come quelli di oggi, in realtà non sono poi tanto diversi, semplicemente siamo in degrado, ci facciamo coinvolgere emotivamente e troppo spesso dai social, dal virtuale, dagli eventi brutali della realtà, oppure solamente dai problemi di ogni giorno che regnano in ogni famiglia o quasi. Diamo più spazio all’esterno, piuttosto che all’interiorità, al visibile piuttosto che “all’invisibile”.
Se una volta il male di vivere era solo “un momento passeggero” ora è diventato depressione allo stato puro dalla quale spesso è difficile uscire; questo un altro degli argomenti toccati nell’opera.
Queste alcune delle mie riflessioni nate da questo scritto, tanto coinvolgente e mai banale; Franco Brighi è riuscito a trasmettere tanti concetti di primaria importanza in un romanzo che rapisce il lettore, e lo porta fino all’ultima pagina senza fermarsi.
Non mi resta che augurarvi, quindi, buona lettura per un testo che non può mancare nella propria biblioteca personale.

Lara Bellotti
Agente letterario

INTERVISTA

Al suo esordio con il romanzo “Avrei preferito conoscere la musica” intervistiamo l’autore Franco Brighi.

D- Franco quando hai iniziato a scrivere, e com’è nata la tua passione per la scrittura?

Scrivere è sempre stato per me un piacere, fin dai tempi del liceo, sia per atto liberatorio che come momento di raccoglimento e riflessione. Poi le esperienze contraddittorie della vita mi hanno convinto che la consuetudine alla narrazione sia forse l’unico modo per tenerle insieme e comprenderle. Posso leggere un breve estratto di un mio romanzo in uscita nei prossimi mesi?
“Poi l’intervistatore mi ha chiesto come e dove si trova il tempo per scrivere e si riesce a conciliare il lavoro e la quotidianità con il momento creativo… cioè per uno come me, io non facevo lo scrittore di mestiere! E allora gli ho risposto che fortunatamente, proprio così, fortunatamente, soffrivo d’insonnia e alla sera tardi mi mettevo a scrivere, stanco, con tutto il peso della giornata da smaltire; che poi non era vero, in realtà la scrittura rappresentava un momento di scarico della tensione e delle frustrazioni quotidiane, il mio autentico svago solitario, scrivevo per il piacere di farlo. Avevo cominciato con un altro scopo ma adesso ero cambiato, un po’ alla volta, senza accorgermene, mi sentivo posseduto, scrivere non era più un mezzo ma lo scopo… le parole diventavano le case e gli animali, le piante e gli alberi alti, e i fiumi e le montagne, io ero Dio e creavo il mondo, ormai la scrittura sembrava una specie di dipendenza, non potevo farne a meno, diari e quaderni, le parole e le frasi, e i pensieri, riempivano le pagine, uscivano da me. Ed ecco che io non ero più Dio ma solo uno strumento, le parole mi attraversavano per uscire fuori, avrei potuto scrivere a caso senza pensare, tutto era più veloce e magico del mio pensiero, e io ormai soltanto il mezzo di qualcos’altro.”

D- Hai un momento particolare della giornata in cui ti dedichi alla scrittura, e scrivi ogni giorno?

Non scrivo ogni giorno, forse mi piacerebbe ma non è il mio lavoro, ho bisogno della solitudine per scrivere, adesso che ho iniziato a pubblicare mi programmo le giornate e i tempi, dedico alla scrittura due mezze giornate alla settimana, compresa la domenica mattina con il suono delle campane evocativo e nostalgico, e ovviamente qualche sera se non sono troppo stanco.

D- Quale per te l’ambiente più idoneo per scrivere? Ascolti musica oppure preferisci il silenzio?

Il mio studio, la scrivania, ma va bene anche il letto, e mi piace ascoltare musica mentre scrivo, se non sono solo in casa mi isolo mettendo le cuffie acustiche, per questo romanzo mi ha accompagnato soprattutto musica da camera, Chopin e Bach, all’inizio ho scelto a caso, tanto per provare, andavano bene quindi ho continuato con quelli, sempre le stesse raccolte.

D- Com’è nata l’ispirazione per questo romanzo? È un testo molto forte, ma introspettivo. Il tuo lavoro ti ha aiutato in questo?

Il mio lavoro di psichiatra consiste soprattutto nella capacità di mettermi nei panni della persona che ho di fronte, provare ad entrare nella sua mente e comprendere il suo mondo interiore, questa esperienza sicuramente favorisce l’immaginazione e mi costringe quasi a creare personaggi e dargli vita, forse mettendo in evidenza più gli stati d’animo che le azioni. L’ispirazione diventa come un bisogno compulsivo, ascoltare storie di persone ogni giorno sicuramente mi induce ad elaborarle e mescolarle, per cambiarle, sono sempre storie di dolore da metabolizzare per quanto possibile, provare a raccontarle in maniera diversa ha un effetto catartico. Certo nella narrazione si rischia poi di guardarsi allo specchio, restare ipnotizzati senza accorgersene, è necessario rileggere tutto a distanza di tempo per avere un altro coinvolgimento e trovare l’equilibrio della storia.

D- Quanto c’è di te nell’Io narrante che accompagna lo scorrere delle pagine, e quanto nei personaggi?

Umberto Eco diceva che i lettori selvaggi confondono la voce narrante del testo con la persona dell’autore, dunque è facile assimilare l’io-narrante con la voce dello scrittore. Per quanto mi riguarda attualmente sono capace di scrivere soltanto così, si potrebbe rovesciare il giudizio e dire che anche gli scrittori selvaggi confondono la propria voce con quella dell’io-narrante, a me serve per identificarmi con il protagonista della storia e renderlo credibile, come gli attori di teatro. Le attrici che hanno interpretato Medea non hanno ucciso i propri figli, Lawrence Olivier e Vittorio Gassman che sono stati straordinari interpreti di Otello non hanno mai ucciso la propria moglie per gelosia. Comunque non credo sia possibile scrivere un romanzo senza parlare anche di sé, a me sembra la matrice dell’autenticità della narrazione, indipendentemente dal genere letterario, io penso che ci sia molto della Rowling nella storia di Harry Potter…

D- Perché acquistare e leggere il tuo romanzo? Quali i messaggi che tu in prima persona hai voluto dare.

È una storia intima, ma c’è il punto di vista di vicende vissute su dibattiti attuali come l’identità di genere, la violenza nell’infanzia, la dolce morte, insieme a riflessioni fuori dal tempo sull’amicizia, sui rapporti familiari, sul ciclo vitale, in una prospettiva di cambiamenti culturali e storici vertiginosi e più rapidi della capacità di metabolizzarli e assimilarli. Questo romanzo non appartiene alla letteratura di genere, ma alla cosiddetta letteratura mainstream. Il protagonista è un io-narrante che racconta vari episodi e incontri della sua vita, in un arco temporale indefinito. Questo protagonista è un medico che lavora in un servizio per la cura delle tossicodipendenze e in carcere, dunque visita quotidianamente pazienti alla deriva e al margine, anche lui rischia di perdersi in questa realtà parallela, in un percorso di alienazione dal mondo esterno. La trama è costruita su piani diversi che interagiscono e si mescolano, c’è la quotidianità dell’io-narrante, con i ricordi e le riflessioni personali, le storie originali dei vari personaggi che incontra, pazienti e colleghi, amici e familiari, e soprattutto la storia parallela di Simone, poi Simona, una sorta di protagonista-ombra, un amico pianista che in adolescenza rivela una presunta o possibile omosessualità, e poi da adulto, sceglie invece un percorso di riassegnazione sessuale fino alla riconversione chirurgica per essere riconosciuta come donna, e che nel corso della vita subisce tutte le conseguenze della discriminazione per la sua identità di genere. Questo protagonista-ombra accompagna l’io-narrante per tutto il romanzo, dal primo all’ultimo capitolo, nella vita reale e in quella dei ricordi, ogni tanto scompare ma poi ritorna inevitabilmente, potrebbe rappresentare la diversità come fonte di energia vitale di cui il protagonista prende via via coscienza. Il racconto si svolge nella dimensione temporale di una vita intera, ma il ritmo della storia viene scandito dai ricordi e dagli affetti, con una trama che prevede certamente un inizio, una parte centrale e una fine, che però hanno un ordine variabile. Dunque l’equilibrio temporale del romanzo è affettivo e non cronologico, e così anche la trama può apparire disordinata e senza un filo conduttore, solo alla fine il lettore dovrebbe ritrovare un tempo circolare della storia, forse sarebbe meglio partire dall’indice per avere una bussola per orientarsi, e soprattutto incuriosirsi. Lo stile forse un po’ nevrotico e farraginoso di alcuni capitoli vuole rappresentare una sorta di “flusso di coscienza”, cercando di seguire come modello di riferimento la letteratura nordamericana postmoderna, citata nel romanzo. Il linguaggio è spesso colloquiale e informale, tutto è sempre riportato al presente ed è quindi attuale, non è tanto importante la trama del racconto, è più importante quello che accade intorno, le parentesi varie, i discorsi dentro i discorsi. Il romanzo l’ho costruito come un collage, dentro la mia testa ho composto un mosaico che ha preso forma un po’ alla volta, non come una storia lineare dalla prima all’ultima pagina, ma scrivendo in qua e in là le varie parti come e quando mi venivano in mente, per poi riprenderle a singhiozzo, ha preso forma mentre lo scrivevo. Il mio editore dopo avere deciso di pubblicarlo mi ha detto che questo romanzo secondo lui parla del tempo.

D- So che ti sei già classificato in concorsi letterari, quali le tue emozioni in questo caso e quanto per te è importante un concorso?

Mi ha certamente gratificato ricevere due riconoscimenti letterari inaspettati, soprattutto mi ha incoraggiato a pubblicare altri romanzi. Al Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica in aprile il romanzo ha ricevuto una Menzione d’Onore come inedito, semplicemente mi è arrivata a casa una pergamena, comunque una sorpresa. Poi a settembre ho ricevuto un premio vero e proprio, al Premio Letterario Internazionale Montefiore, il Premio Special Best, con invito a partecipare alla cerimonia di premiazione presso il teatro Malatesta di Montefiore Conca, dove ho diligentemente ottemperato agli obblighi di rito, chiamato sul palco per ricevere la targa e relativo discorso di ringraziamento. Partecipare ai concorsi almeno all’inizio è uno strumento importante per avere un parametro di confronto, un giudizio di valore da una giuria di professionisti, uno scrittore deve esporsi e rischiare, perché è il suo mestiere, avendo sempre però la ricerca di significato e misura come criterio di riferimento. Posso citare un altro passaggio del mio nuovo romanzo che uscirà fra poco?
“Da ragazzo ero abbagliato dalla competizione e dalla sfida, e dal terrore delle sconfitte, dalla bramosia della vittoria e dall’angoscia di perdere, vivevo il dramma di mettermi alla prova e accettare la sfida per la paura di fallire, una specie di karma. Adesso invece non avevo più paura delle sconfitte, del fallimento, della ferita narcisistica, avevo paura solo del rimpianto, della rinuncia senza appello, perché alla mia età non c’è più appello, nessuna possibilità di riscatto, e io non voglio certo ritrovarmi a ottant’anni, a settant’anni, a dire: se quella volta avessi fatto, se quella volta avessi scelto un’altra cosa. Volevo tutto, non potevo più rinunciare a nulla, lo spettro del rimpianto guidava le mie azioni nella direzione opposta, in realtà la mia fuga.”

D- L’ultima domanda ringraziandoti per la collaborazione e la pazienza: hai già nuovi progetti letterari in cantiere?

Adesso che mi sono lanciato certamente, un nuovo romanzo dal titolo Quel che vorrei di mio padre uscirà nei prossimi mesi sempre con Sillabe di sale Editore, ho ripassato la prima stesura di un terzo romanzo, alla luce dell’esperienza dei primi due prevedo che fra un anno sarà più o meno pronto per l’uscita, poi si vedrà, ho idee per altre storie da raccontare, dovrò comunque sempre trovare qualcuno interessato e curioso, e se i primi due non vendono anche l’editore non sarà molto contento, non è un filantropo…

BIOGRAFIA AUTORE:

Franco Brighi, è nato a Forlì nel 1960.

Medico specialista in psichiatria, lavora presso il Centro Salute Mentale di Rimini, dove svolge da molti anni prevalentemente attività clinica rivolta alla cura delle psicosi e alla relazione terapeutica.

Inoltre svolge libera professione come psicoanalista junghiano, in qualità di Membro ordinario della Associazione Italiana Psicologia Analitica.

Il tempo dedicato alla scrittura lo ha persuaso a pubblicare il suo primo romanzo “Avrei preferito conoscere la musica” con Sillabe di Sale Editore.

Ringrazio Franco Brighi per questo bellissimo incontro e vi invito a leggerlo, sicuramente avrete una lettura che non si lascia andare facilmente, e porta anche all’introspezione.

Lara Bellotti
Agente letterario

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